
E’ la storia dell’elefantessa Baby e del suo ammaestratore Heinz Wille. Heinz e Baby, in un circo di Berlino, filavano il perfetto amore. Un giorno però l’uomo, a causa di un lieve reato, finì in prigione. Fu una brutta esperienza per Heinz Wille ma anche per Baby, che senza il suo uomo incominciò a dare in smanie e a rinunciare al cibo. Andò a finire che, rotta la catena che le tratteneva la zampa sinistra, scappò dalla scuderia alla ricerca dell’amore perduto. Gli uomini del circo si buttarono all’inseguimento, ma inutilmente. Avvicinare Baby durante la sua corsa era troppo pericoloso. Così venne inoltrata una supplica alle autorità perché concedessero ad Heinz Wille la libertà provvisoria, quel tanto che bastava per catturare Baby. Fu una scena tutta da filmare: gli uomini del circo davanti, Heinz Wille dietro di loro, e dietro di lui gli agenti di custodia, per impedire che la fuga di un elefante si traducesse in fuga di un carcerato. Precauzioni eccessive: Baby, quando vide Heinz Wille, diventò una agnellina e si lasciò ricondurre in scuderia senza problemi. Ma da quel giorno, e per un po’ di giorni, le porte del carcere presero ad aprirsi per Heinz Wille alle ore 9 e alle ore 17 perché potesse recarsi ad accudire la sua elefantessa. Finchè il giudice, con saggezza, decise di concedere all’ammaestratore la libertà dietro cauzione.
Film niente male, questa vicenda circense. Ma già prevedo il decreto implacabile dei critici, che tutto sanno di “comiche finali” ma storcono il naso se applicabili al circo. “Storia zuccherosa”, sarebbe il verdetto senza appello. Eppure si tratterebbe di storia vera. E non è colpa mia se talvolta la fantasia di un elefante supera quella di Fellini.
Ruggero Leonardi
