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di Alessandro Serena

Il rapporto tra circo e spiritualità risale alla notte dei tempi. Dai riti primordiali fino a oggi il legame tra arte e fede si è evoluto e rafforzato, come dimostrato dalle esperienze dei Giubilei del passato e dalla partecipazione a quello dello scorso maggio, vissuto nel ricordo di Papa Francesco.

I rappresentanti del Giubileo delle Bande Musicali e dello Spettacolo Popolare con il Cardinale Fabio Baggio (Copyright Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale)

Un’esperienza mistica

Dopo il grande evento del Giubileo del 2012 con Papa Benedetto e del 2016 con Papa Francesco, con migliaia di pellegrini circensi in visita a Roma per mostrare la loro arte, salutare il Pontefice e ricordare che il motivo del loro lavoro è portare felicità, c’era molta attesa per il 2025. È stata forse in parte delusa per quanto riguarda la mole dell’evento, il numero dei partecipanti ed il loro prestigio, ma è stata soddisfatta oltre modo per quanto riguarda il senso vero e spirituale. Sono stati giorni di un’intensità rara. La malattia di Francesco e le conseguenti difficoltà organizzative hanno ricordato a tutti, soprattutto a chi provava ad occuparsi del progetto, la caducità della nostra vita terrena, quasi in un memento mori. Del resto, occuparsi di uno spettacolo la cui realizzazione dipende dalla salute del Pontefice, attribuisce al fatto un’importanza quasi surreale, e profonda. La scomparsa di Francesco poi, ha fatto sentire questo grande Padre assai vicino a tutti coloro che si affannavano attorno all’organizzazione, anche più delle volte che avevano avuto lo smisurato onore di incontrarlo di persona, di parlargli addirittura. La decisione di procedere comunque, anche nell’incertezza, grazie alla felice intuizione di Sua Eminenza il Cardinale Fabio Baggio (che aveva raccolto le volontà di Bergoglio) è stata un’altra enorme metafora della condizione umana. È arrivata poi, nel mentre, la nomina di Papa Leone e l’emozione di essere fra i primi a vederlo affacciarsi in Piazza San Pietro e ricevere il suo saluto da lassù. Sembra davvero una parabola studiata per far sentire la vicinanza del Signore. Ore, giorni, settimane con l’animo e l’anima aperte ai cambiamenti del mondo. Incredibile. Chi scrive poche volte aveva sentito la presenza del Cielo così forte.

Ostrakon egizio raffigurato con acrobata (1539-1076 a.C.).

Circo e spiritualità. Simbolismo dell’acrobazia antica

Del resto le discipline che oggi vengono chiamate “circensi” sono fra le più antiche forme dello spettacolo. Numerosi storici si trovano d’accordo nell’affermare che, in origine, tali discipline: virtuosismo del corpo, ammaestramento di animali e clownerie, si delineano come pratiche correlate ad attività religiose o mistiche anche di tipo sciamanico, che solo in seguito assumono configurazioni ludiche o meramente ginniche. Per lo studioso svizzero Waldemar Deonna, autore del più importante studio sulla simbologia dell’acrobazia antica, elementi circolari accompagnano di frequente le scene acrobatiche: lo stesso salto mortale eseguito dagli acrobati rappresenta un cerchio e, con esso, tutta la simbologia collegata al ciclo delle stagioni, della vita, dell’universo. Solo in seguito, queste manifestazioni vengono spogliate di un significato spirituale, mantenendo la loro forma ma impiegata per funzioni ludiche. Secondo questa tesi l’acrobatismo ha origini estatiche, e anche quando si distaccherà dall’estasi per trasformarsi in una prova di abilità, resterà pur sempre un atto magico e non un semplice esercizio fisico. Il corpo piegato indietro rappresenta una posizione anormale e gli esseri viventi che la assumono, uomini o animali, attestano così di appartenere ad un mondo diverso da quello della realtà comune. Già questo rovesciamento del corpo all’indietro testimonia, quindi, uno stato patologico estatico, quello dei “posseduti”. Secondo Deonna, in Egitto, l’acrobata piegato a cerchio simboleggia il ciclo della vita e della morte. Tale accezione avrà valore anche nella Creta pre-ellenica, in Grecia, poi a Roma, per un lasso di tempo che si estende sino al medioevo. Come dice il regista italo svizzero Daniele Finzi Pasca: Dio ha creato gli angeli per parlare con gli uomini. Gli uomini hanno inventato gli acrobati per parlare con Dio.

Panem et circenses

È Roma, con la filosofia implicita nel famoso detto panem et circenses, a formalizzare ulteriormente le forme di spettacolo pre-circense portandole al massimo splendore. Sebbene siano particolarmente apprezzati i sanguinosi giochi nei circhi, si verifica talvolta che, a far loro da contorno, si chiamino acrobati e giocolieri. Pare certo un nesso con i riti religiosi in quanto l’origine dei ludi romani è collegata a cerimonie funebri, nel corso delle quali i giochi servono per placare i defunti. Durante lo svolgimento di corse con le bighe, tra una gara e l’altra, si poteva assistere a esercizi acrobatici eseguiti a cavallo dai desultores, i primi cavallerizzi acrobatici. Lo storico Carl W. Weber afferma che al Circo Massimo si poteva assistere normalmente a uno “spettacolo di Troia”, un gioco equestre dove si confrontavano a vicenda due o tre gruppi di cavalieri armati; alla simulazione del combattimento, si aggiungeva una forma di equitazione acrobatica, vicina alla nostra concezione di circo equestre: con i cavalli al galoppo, i desultores saltavano dalla groppa dell’uno a quella dell’altro, si sdraiavano completamente o si reggevano in piedi sulla groppa dell’animale in corsa. Successivamente, i Padri della Chiesa, e in particolar modo Tertulliano con il suo De Spectaculis, associano ogni tipo di intrattenimento con i crudeli giochi dei circhi e cercano di impedirne la diffusione. Ma sarà proprio la Chiesa a tornare sul punto ed abbracciare le discipline dello spettacolo più gioiose con figure come quella, grandissima, di San Francesco d’Assisi, il giullare di Dio che parla con gli animali.

Riproduzione delle discipline e dei giochi dell’antica Roma

Il giocoliere di Confucio

E l’attinenza è specifica in ogni dove e per ogni religione. La presenza di acrobati sul territorio orientale, fin da tempi remoti, è ormai nota; la storia delle discipline circensi e paracircensi in Cina e in Asia deve, nondimeno, essere continuamente riconsiderata per i numerosi e continui ritrovamenti di reperti archeologici, tra le quali il noto “esercito di terracotta”. Proprio nell’area del sepolcro dell’imperatore Qing, è stata di recente scoperta una “stanza degli acrobati” con all’interno statue di artisti che avevano il compito di rendere più piacevole il lungo viaggio nell’aldilà del fondatore della nazione.  Oggi, il teatro acrobatico cinese non prevede quasi per nulla la partecipazione di animali; in origine, di contro, il rapporto con gli animali si esprimeva sia con la loro imitazione che con il loro ammaestramento. Anche in oriente i virtuosi del corpo hanno ammiratori d’eccezione. Ne Il Segreto della Vita, un classico del taoista Zhuang Zi risalente al V secolo a.C., è descritto lo stupore provato da Confucio nell’osservare l’abilità di un giocoliere. La funzione sociale del teatro in Cina, si basava sul fatto che gli spettacoli erano considerati un regalo appropriato per gli uomini e per gli dei: le feste religiose, generalmente in onore di divinità locali, erano sempre accompagnate da rappresentazioni fatte di fronte all’immagine del dio, il che giustifica la presenza di palcoscenici di fronte all’edificio principale di alcuni templi. I monaci buddisti, impegnati in quelli anni nella diffusione del loro pensiero, sono soliti utilizzare gli spettacoli acrobatici per attirare e intrattenere le folle. Nel mondo asiatico è sempre esistita, infatti, una stretta relazione fra acrobata, danzatore e sciamano, che trovano la loro collocazione all’interno di feste e rappresentazioni con un identico valore: lo stupore della padronanza corporea che oltrepassa i limiti del quotidiano. Il culto del corporeo, per gli artisti orientali, assume una connotazione quasi mistica, quando diventa un mezzo per entrare in comunicazione con qualcosa di superiore e di diverso dalla quotidianità. I sacerdoti buddisti divulgano la loro religione anche per mezzo delle rappresentazioni dei cento giochi, nelle quali acrobati e giocolieri si trovano accanto agli sciamani e, con loro, manifestano la pura espressione del corporeo che, superando il gesto consueto, comunica con l’oltre.

La copertina del numero speciale dedicato al Giubileo 2025

Un numero speciale

Un argomento complesso. Il numero speciale della rivista che tenete in mano ha un orizzonte più circoscritto (scritto dal circo), se così si può dire: raccontare il rapporto fra lo spettacolo popolare italiano e la Chiesa cattolica, a partire dall’ultimo giubileo. Per questo motivo apre con un editoriale di Antonio Buccioni, presidente della Federazione Italiana dello Spettacolo Popolare (nonché dell’Ente Nazionale Circhi) che racconta di un viaggio lungo una vita. Un onore ospitare le riflessioni di Sua Eminenza il Cardinale Fabio Baggio, vera anima dell’evento del 10 maggio scorso. Raccoglie le volontà di Francesco, il Papa che amava stare con la gente e amava coloro che amano stare con la gente. Una visione pastorale destinata ad un radioso futuro. Tocca poi a Elena Lo Muzio riordinare cronologicamente i fatti, con un vero e proprio dossier di approfondimento. Prima su quanto accaduto in particolare in piazza Santa Maria in Trastevere con gli artisti del Circo Errani, i gruppi folkloristici, la banda musicale di Malta e tanti ospiti. A seguire con il ricordo delle visite ai pontefici del passato. Non solo Francesco e Benedetto ma anche i più remoti e non meno grandi Padri della Chiesa, con ricordi incisi nel cuore di tutta la gente dello spettacolo popolare. Fino ad un profilo di Suor Geneviève, la piccola suora rimasta al fianco di Francesco anche oltre la sua fine terrena. Poi le testimonianze di chi ha voluto essere presente all’evento. Partendo da una nota, non senza spunti critici, di Giampaolo Lazzeri, presidente di Anbima (Associazione nazionale bande italiane musicali autonome), dispiaciuto per non avere potuto dare di più ma sempre pronto ad accorrere anche nel ricordo delle edizioni passate. Una testimonianza di Marco Soana, che con i suoi colleghi madonnari, ha colorato il suolo di piazza Santa Maria, e che racconta di un lavoro distribuito negli anni. Una di Luciano Bonventre, della Federazione Italiana delle Tradizioni Popolari, vero cuore dell’evento con centinaia di partecipanti. Chiude questa sezione Monica Bergamini, per il Museo della Giostra di Bergantino, raccontando di un legame impossibile da recidere. È poi la volta di dare la parola a chi il rapporto fra Circo e Chiesa lo vive quotidianamente. Don Piergiorgio Saviola dipinge un ritratto vivo e toccante di Don Dino Torreggiani e racconta di una delle sue creature, la casa di riposo di Scandicci. Monsignor Pierpaolo Felicolo racconta della missione nobile di Migrantes, un’opera che non si conclude, ovviamente, con le partecipazioni ai grandi eventi, ma dura ogni giorno dell’anno, negli anni. Una voce dalla Spagna: Don Josè Dominguez, racconta del proprio percorso e di come in patria sia molto sentito il rapporto con la spiritualità. Un pezzo sulle imprese dei Palmiri racconta bene quanto conti per gli artisti essere in costante contatto con l’Oltre. Ed un racconto di Roberto Bianchin sulle origini degli Orfei e di quanto la leggenda possa entrare a volte nella storiografia. Il presidente del Club Amici del Circo, Francesco Mocellin, fa sentire la presenza del circolo di appassionati più antico di Italia. Il volume si chiude con un’originale disamina del giovane studioso Salvatore Arnieri rispetto all’utilizzo di ispirazioni sacre nel circo contemporaneo. Un numero davvero speciale che ci invita a guardare dentro ed oltre la quotidianità e a provare ad entrare in contatto con il trascendente.