“Comico è tutto quello che fa ridere. Tutto quello che fa ridere rallegra. Tutte le persone sofferenti: malati di mente, depressi e malati in genere trovano nella risata una terapia molto efficace. Sembra una contraddizione, ma comico e tragico sono la stessa faccia di qualunque problema umano: tutto quello che fa ridere è anche tragico”. Paolo Villaggio definì così un giorno la comicità. Aggiungendo che “nei clown fa ridere l’elemento disumano e paradossale dell’uomo: pantaloni enormi, scarpe lunghissime e con la punta all’insù, mani guantate di bianco, enormi nasi rossi e trucco del viso esasperato. Voci animalesche, infantili e cattivi nel comportamento. Ce ne sono di due tipi: l’“Augusto” ingenuo, stupido, infantile e vagamente crudele. Il “Bianco” con la faccia di marmo, feroce, cattivo e sempre temuto, spesso suona la tromba che è il simbolo del suo potere. I clown non sono mai delle donne che in quel ruolo non farebbero ridere, ma sarebbero delle figure patetiche”.
Paolo Villaggio riceve a Imperia il “premio Grock” creato da Sergio Maifredi e forse nessun attore, meglio di lui, ha i titoli per ritirare il riconoscimento che porta il nome del grandissimo clown svizzero innamorato della Liguria (e il premiato è nato a Genova) fino a decidere di concludere lì la sua esistenza, all’interno della villa museo che porta il suo nome e che per la sua fantastica razionalità sarebbe potuta uscire solo dalla creatività di un clown (gli architetti dovrebbero andare a scuola dai clown e in giro si vedrebbero meno brutture).


“Nei “Menecmi” di Plauto, nei “Gemelli veneziani” di Goldoni, nella “Pulce all’orecchio” di Feydeau, in epoche diverse è la stessa meccanica che fa ridere. Due personaggi uguali, uno tonto, stupido e ignorante e l’altro intelligente, colto e raffinato sono coinvolti nella stessa vicenda. Fa ridere il tonto che sostituisce l’autorevole e l’autorevole che viene trattato da stupido: funziona il continuo scambio di due persone eguali nella stessa situazione”, è Villaggio che così descrive il Bianco e l’Augusto. “Un uomo autorevole: un Re, un Presidente, un Generale, che cade scendendo una scala fa ridere. Ha fatto ridere tutta l’Italia la caduta dalla sedia del Presidente Gronchi alla sfilata del 2 giugno. Tognazzi e Vianello nella trasmissione “Un due e tre” di Scarnicci e Tarabusi ne han fatto la parodia e la trasmissione è stata sospesa”. Sono le regola d’oro di “tutte le situazioni comiche che negli ultimi mille anni sono rimaste invariate. All’inizio un po’ rozze e poi con il passare degli anni più raffinate, meno esplicite e nello humour anglosassone appena accennate”, è sempre il pensiero di Villaggio.
Eccoci arrivati. Fantozzi è la gommosa maschera (con tutto il contorno di personaggi: dalla moglie Pina alla mostruosa figlia Mariangela, dal “geometra Filini” alla collega Silvani, fino al “megadirettore galattico”) che getta il clown Paolo Villaggio nelle viscere di un’Italia che ormai si è lasciata alle spalle il miracolo economico. E’ un’invenzione assolutamente nuova che squarcia il già noto che alberga nella comicità italiana e non solo. C’è chi in Fantozzi ci vede influenze letterarie (il travet francese oppure Gogol e Cechov) e cinematografiche (il delirio sadomaso dei cartono, la scuola di Tex Avery, le invenzioni surreali di Frank Tashlin). Dario Fo è invece convinto che “la grande forza di Paolo Villaggio è il dono della sintesi comica”, ma “basta stare attenti e vi si trova dentro la commedia dell’arte, Moliére, la satira americana di certo periodo cinematografico”.

Nel Secondo tragico Fantozzi si materializza la pista di segatura, quella vera, ed è lo chapiteau del circo Americano: è quando si finge malato e decide di mettersi sotto mutua. Maldestro e ipocrita come sempre, s’infila a letto e appena sente bussare alla porta pensa al superiore o all’ispettore aziendale in visita fiscale. E’ solo il vicino di casa, che sta partendo con la famiglia per le vacanze e regala (bontà sua) a Fantozzi tre biglietti omaggio per il circo Americano. Ovviamente non si fa sfuggire l’occasione ma pensa bene di travestirsi. E ovviamente sarà tutto inutile. Al circo ci trova Corrado Maria Lobbiam, il superiore, che ci mette qualche secondo a riconoscere sotto il goffo travestimento il servile ragioniere. Che fare? Come al solito disposto a tutto pur di non farsi cogliere in fallo e tradire la fiducia dei superiori, si improvvisa artista del circo e per lui si apre la bocca del cannone che spara l’improbabile uomo proiettile in provincia di Agrigento con seguito di visioni mistiche.
Il circo lo frequenta Paolo Villaggio. Nel 2002 va al Moira Orfei, quando si trova a Napoli, e ci trascorre due settimane per sostenere la campagna Telethon e comparire in video a Domenica In. Qualche anno prima, nel 1997, partecipa al Gran Premio del Circo a Viareggio (Rete 4), come ricorda Alessandro Serena, uno degli autori del programma, e nei panni di Fantozzi non si fa problemi a farsi rincorrere da un rinoceronte, raccontando anche aneddoti divertenti su quell’esperienza.
Nel 2006 accetta l’invito di una psicologa, la professoressa Alessandra Farneti, e varca la porta dell’Ateneo bolognese per parlare dell’arte del clown davanti ad una platea di futuri medici che, sulla scia di Patch Adams, vogliono imparare un approccio sorridente alla malattia. Intervistato da Simona Caporilli sul Tempo, un po’ fantozzianamente Paolo Villaggio ha reagito così davanti alla notizia del premio (in passato attribuito a Brachetti, Aurelia Thierrée e Leo Bassi, David Larible, Gianni “Fumagalli” Huesca e Andrey Jiigalov, Paolo Rossi, Antonio Albanese): «Posso immaginare i motivi. È un premio creato sotto il nome di un grandissimo clown. Il clown Grock. Forse il clown più famoso al mondo. E ogni anno loro danno un premio a un comico». Un grande comico ha anche questo pregio, la modestia.
Claudio Monti
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