di Roberto Bianchin
Roberto Bianchin ripercorre la storia di Paolo Orfei che abbandonò la tonaca per amore dando vita con questo gesto a una delle più longeve famiglie di circo italiane, ma quella degli Orfei non è l’unica dinastia a nascere da un abito talare abbandonato. Tra il profumo di pop corn e zucchero filato, rimane qualche nota di incenso (e forse un po’ di zolfo) a librarsi nell’aria.

E sotto la tonaca spuntò uno chapiteau. Fu come un lampo. Non atteso, improvviso. In fondo, se la fai girare nel punto più basso, come fanno i dervisci rotanti, una tonaca da prete forma un cerchio perfetto, proprio come quello di un tendone da circo. Anche il deschetto del ciabattino, sul quale il piccolo Paolo Giacobbe Andrea si affannava a imparare il mestiere di famiglia, aveva una forma rotonda. Si vede proprio che era nel destino. Paolo Giacobbe Andrea, nato il dodici di marzo del 1828, era l’ultimo dei nove figli (Francesco, Vittorio, Maria Teresa, Nunzio, Maria Luigina, Maria Maddalena, Maria Teresa Maddalena, e Piero) di Rosa Ferri e di Angelo Orfei, figlio di Giuseppe figlio di Vittorio, calzolaio di Massa Lombarda, poche migliaia di abitanti nella bassa pianura romagnola, in provincia di Ravenna, così chiamata perché nel 1251 diede ospitalità a popolazioni lombarde in fuga da Brescia e da Mantova da un tiranno sanguinario come Ezzelino da Romano, e quindi ribattezzata da Massa San Paolo a Massa dei Lombardi. Vita dura, durissima, in quei primi anni dell’800. Lavoro nei campi da spaccare la schiena. Pochi soldi, poco da mangiare. Miseria. Paludi. Persino un’epidemia di colera. Il seminario, con tante bocche da sfamare, era un’ancora di salvezza. Lo fu anche per Paolo Giacobbe Andrea, come per molti ragazzi del suo tempo. Perché lì potevi studiare (gratis). E avere tutti i giorni assicurato (sempre gratis) un piatto di minestra calda. Probabilmente non aveva una gran vocazione per diventare sacerdote, Paolo Giacobbe Andrea, ma approfittò degli studi in seminario per imparare la musica: diventò un buon trombettista, come molti della sua famiglia, e fu questo che gli segnò la vita. Tutto cominciò un lunedì dell’Angelo, “una splendida giornata di primavera”, alla messa delle undici del mattino. Nel momento in cui Don Luigi, il parroco, si rivolse ai fedeli per il consueto sermone, “un impertinente raggio di sole, attraverso i vetri raffiguranti ieratiche figure di Santi, scese verso il buio della chiesa e accese di riflessi dorati una massa di capelli corvini, trattenuti da una lunga forcina d’osso”. Raccontava così nel 1989, colorando la vita come amava fare, Nandino Orfei, nel libro “Nando Orfei Story” (Mde Editore) che gli aveva dedicato il suo amico e tipografo Mario D’Arcangelo. Il giovane seminarista rimase folgorato dallo sguardo di quella fanciulla. “La figura sottile, lunghi capelli corvini, due splendidi occhi verdi come il mare, un passo ondeggiante da gran dama. Una tale creatura non si era mai veduta in paese”. Cercò di rivederla. La rivide. I due giovani si incontravano quasi tutti i pomeriggi. In breve scoppiò l’amore. Assoluto, prepotente. Dovevano vedersi di nascosto. Certo, lui non era ancora un prete (e non lo sarebbe mai diventato), ma portava la tonaca. Avrebbero dato scandalo.

Seguirono giorni inquieti e notti insonni per il seminarista innamorato, che non sapeva quale decisione prendere. Se buttare la tonaca alle ortiche e inseguire il suo sogno d’amore scappando con la ragazza incontro a chissà quale destino, o se tentare di dimenticarsi di lei, cercar di recuperare la fede vacillante, e consacrarsi solo alle virtù del Signore diventando un bravo sacerdote, che ce ne sarebbe stato di bisogno in paese. Decise così di raccontare tutto al suo parroco. In confessione. Don Luigi non fu sorpreso, aveva già capito. Fu molto comprensivo. Gli consigliò solo di guardarsi bene dentro prima di prendere una decisione: un periodo di riflessione “nel silenzio dei monti lontano da tutti”, in un convento di frati di clausura. La riflessione del giovane seminarista durò solo pochi giorni. Tornò dal suo parroco e il parroco capì subito anche stavolta. Non ci fu bisogno di parole. Bastò un abbraccio forte. Il seminarista Paolo Giacobbe Andrea Orfei lasciò così il paese e se ne andò via con il suo grande amore, la violinista Pasqua Massari (1834-1919), di una famiglia benestante, proprietaria di una tenuta di cavalli nel vicino paese di Argenta. Iniziarono così la loro vita itinerante come “suonatori ambulanti”, professione che “risulta nei loro certificati di morte”, come racconta oggi Riccardo Orfei, artista circense anch’egli (acrobata e trapezista, attualmente fa un ottimo numero di trasformismo con la moglie Isabella Zavatta). Secondo lo storico del circo Alessandro Cervellati, il giovane Orfei diventò anche “un valoroso saltatore al tappeto e al trampolino”, ed ebbe modo di conoscere a Busseto un tal Giuseppe Verdi “in virtù della sua tromba”. Il giovane seminarista diventò così il capostipite della celebre dinastia circense degli Orfei, di cui si trovano tracce, in Romagna, fin dal 1785. Antonio Giarola, uno dei massimi registi circensi, due volte sul podio del Festival più prestigioso del mondo, quello di Montecarlo, conserva negli archivi del Cedac di Verona, il Centro Educativo di Documentazione delle Arti Circensi, da lui fondato, una lettera del venti luglio del 1827 inoltrata al Teatro di Lugo dalla “Comica Compagnia Farina e Orfei”. “Il nome Orfei appare prima del 1820 –spiega- nell’ambito delle compagnie teatrali itineranti, eredi della commedia dell’arte”. Paolo Giacobbe Andrea Orfei, da seminarista ad acrobata e musicista, ebbe due figli da Pasqua Massari, Ferdinando (1858) e Angela (1861). Fu Ferdinando, anche lui “prodigioso suonatore di tromba” secondo Cervellati, allievo del maestro della banda cittadina di Bologna, “il famoso Antonelli” (“Questa sera grande spettacolo”, Edizioni Avanti! 1961), a strutturare in forma di spettacolo circense vero e proprio quelle che erano le semplici esibizioni da suonatori ambulanti dei suoi genitori. Non per caso, annota Giarola, “fu Ferdinando il primo vero circense della dinastia”. Ma la vita non fu generosa con il giovane seminarista. Paolo Giacobbe Andrea Orfei morì a soli quarantuno anni (Genova, 1869). Pasqua, la moglie, si risposò con un violinista sinti, Eugenio Torri detto “Nuto”, che faceva spettacolo con un orso e dei cagnolini. Da lui ebbe un’altra figlia, Assunta. Ferdinando, il primogenito, sposò a sua volta una delle figlie dello zingaro italiano, Maria, da cui ebbe la bellezza di otto figli: Orfeo, Paolo, Vittorio, Cecilia, Aida-Giulietta, Giovanna e altre due chiamate entrambe Adele. Da lì la dinastia crebbe, si allargò, si mescolò, e scrisse, con tanti interpreti, alcune delle pagine migliori della storia del circo italiano.

E’ una storia romantica, dove i tratti della leggenda spesso si confondono con quelli della cronaca. E non è l’unica del tipo. Anche un’altra celebre dinastia di circensi, per fare un altro esempio, discende dalla tonaca di un seminarista. Quella dei Palmiri. Il capostipite del Circo Palmiri fu infatti il seminarista bergamasco Angelo Palmiri (1875-1949), che a somiglianza di Paolo Giacobbe Andrea Orfei abbandonò gli studi teologici all’età di 17 anni per seguire una compagnia di guitti che recitava una commedia religiosa intitolata “Vita di Cristo”. Un richiamo di tipo religioso, in questo caso, comunque c’era. Successivamente fondò un piccolo circo e sposò la contorsionista Albina Ferrua dalla quale ebbe cinque figli tra cui gli spericolati “acrobati folli” Giovanni ed Egidio Palmiri, che fu per molti anni Presidente dell’Ente Nazionale Circhi. In fondo, facendo un po’ di attenzione, anche nei circhi –almeno in quelli di un tempo- qualche volta si poteva sentire, mescolato agli odori della segatura e delle bestie, all’aroma dei pop corn, dello zucchero filato e delle mele caramellate, anche il profumo intenso e soave dell’incenso. Aguzzando le narici, in certi momenti, si poteva percepire anche un odore più acre, quello dello zolfo. Io lo so. Sono tra quelli che l’ha sentito.
