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di Alessandro Serena

Con Clownesse (Odoya), Veronica Del Vecchio firma un lavoro di ricerca e recupero sulla storia della clownerie al femminile. Ne presentiamo la prefazione, a cura del professor Alessandro Serena.

Federico Fellini nel 1970 con il film I Clowns aveva lanciato uno straziante, anche se a suo modo poetico, urlo di dolore: “il clown è morto!”. Ebbene, possiamo dire senza tema di smentita che il Maestro si sbagliava. Forse il clown, a quei tempi, non godeva di buona forma, ma si è ripreso ed ora sprizza salute da tutti i pori. Il movimento mondiale dei clown dell’ultimo mezzo secolo è qualcosa che raramente si è visto nella storia. Non c’era mai stato un insieme di accadimenti capace di portare frutti così ricchi e variegati. Una corrente difficile da circoscrivere con anime molto diverse tra loro che spesso non si parlano, a volte sembrano in contrasto, ma che alla fine generano un unico, grande fenomeno. Dall’esplosione della clownerie fra gli artisti di strada, all’uso terapeutico nelle corsie degli ospedali, fino alla rivelazione della “filosofia del clown” in ogni campo, dallo spirituale al manageriale. Senza dimenticare l’utilizzo del naso rosso come leva per rivendicare diritti civili e sociali. Solo in Italia esistono realtà come Pronto Intervento Clown, Collettivo Clown o Pagliacce Network, giusto per dare un’idea. Questo libro si inserisce in tale movimento inarrestabile e gioioso, affermando che il clown è anche donna attraverso un’incredibile carrellata di profili di artiste, dall’Ottocento ai nostri giorni.

Evetta Matthews

Certo, dai tempi di Fellini la salvaguardia e il recupero di tale figura sono passati attraverso profondi ribaltamenti, di pari passo con le mutazioni del mondo: dal socialismo reale ai figli dei fiori. Per la disciplina del comico è stato essenziale il lavoro della Scuola del Circo di Mosca che, durante il periodo dell’Unione Sovietica, ha rivitalizzato la materia studiandone a fondo repertori e tecniche. In seguito, all’interno del Nuovo Teatro e in sintonia con il movimento Hippy, si è assistito alla nascita di una figura inedita: il mimo comico, proveniente dal teatro di strada e dalla pantomima (tra i nomi illustri, il premio Oscar Robin Williams). Solisti che hanno proposto una comicità di rottura rispetto alle tradizioni classiche, introducendo il linguaggio del corpo e il coinvolgimento diretto degli spettatori. Contemporaneamente avveniva la rivisitazione nostalgica del vecchio repertorio da parte di nuovi operatori spesso esterni al tendone, come Bernhard Paul del Roncalli o Pierre Étaix con Annie Fratellini. Questo fermento ha spinto anche esponenti di famiglie di tradizione (come David Larible) a cimentarsi con successo in innovazioni significative. Sono nate formazioni con gruppi di mimi che riprendono la coppia tradizionale del Bianco e dell’Augusto, pur con impostazioni originali. Una strada percorsa da numerosi altri artisti che hanno usato le tecniche della clownerie classica per montare spettacoli teatrali moderni: da Le Cirque Imaginaire di Jean-Baptiste Thiérrée e Victoria Chaplin allo Snowshow di Slava Polunin, fino a Howard Buten, Leo Bassi o Jango Edwards e numerosi altri. E si fa fatica a seguire tutti gli sviluppi, proprio per la ricchezza del fenomeno.

Rose Hanlon

Sono dinamiche studiate ormai da anni da critici e storici, ma mai nessuno, prima d’ora, si era impegnato nel tributare il giusto omaggio ai talenti femminili. Da anni ho il privilegio di coordinare le Giornate di Studio sull’Arte Circense presso l’Università degli Studi di Milano, nell’ambito del corso della Professoressa Mariagabriella Cambiaghi. In questo contesto vengono invitati esperti e artisti a riflettere su passato, presente e futuro della pista. È stato quindi un piacere invitare Veronica Del Vecchio a raccontare la sua ricerca quando era ancora in divenire, ed è una gioia profonda tenere oggi tra le mani il risultato del suo lavoro. Un volume che fornisce una carrellata di profili di donne straordinarie. La struttura dell’opera è assai funzionale. L’autrice si cimenta dapprima in un’introduzione poetica (come la definisce lei stessa) e in un tentativo di definizione del genere, con un excursus profondo che tocca la Commedia dell’Arte e le tribù dei nativi americani, includendo fattori sociali e antropologici. Segue poi una panoramica strabiliante: prima una divisione geografica (al di qua e al di là dell’Atlantico), poi storica (la seconda metà del secolo scorso) e infine una terza parte dettagliata sui profili delle donne clown più autorevoli (a scriverlo ci si accorge che è quasi un ossimoro) degli ultimi anni, arricchita da interviste inedite.

Dapprima fornisce quindi ai profani un vademecum minimo sul clown. Cita una bibliografia solida, seppure inevitabilmente parziale, con quasi tutti gli storici più importanti, anche trasversali, come l’indispensabile Laura Mariani. Quello che succede, poi, sfogliando le pagine, ha qualcosa di magico. Nel mentre vengono snocciolate queste informazioni quello che traspare è un mondo. Nella prima parte, come nel libro Il teatro all’antica italiana di Sergio Tofano, sotto i nostri occhi vediamo rievocata un’epoca. Quella del sistema imprenditoriale ed artistico della seconda metà dell’Ottocento fino alla Belle Époque. Con aneddoti riguardanti la vita di compagnia, i dettagli quotidiani degli artisti del circo e del varietà, dai lunghi viaggi, ai camerini spesso inospitali. Emerge quel miscuglio di generi tipico del periodo e gli espedienti tecnici per ottenere il successo. Il rapporto con il pubblico, spesso entusiasta e partecipe, capace di un tifo quasi sportivo, di cui ci sarebbe da rimpiange il fervore. Appaiono tutti i professionisti del circo e del varietà, ma proprio tutti. Importanti agenti internazionali, direttori, ma anche poveri saltimbanchi fino agli “ammaestratori di topi”, clown bambine, ammaestratrici di cagnolini e molte, moltissime, “uniche donne clown al mondo”.

Liesl Karlstadt e Valentin

Un catalogo di meraviglie e di scelte di vita, difficili, faticose, contro corrente, ma sempre abbracciate con slancio. Inizi a volte casuali, ma poi sempre perseguiti con tenacia. Con luoghi di nascita spesso incerti, fra i confini mutevoli dell’Europa di uno o due secoli orsono. E quello di morte bramato magari in palcoscenico, meglio se durante lo spettacolo. Scorrono foto in bianco e nero, manifesti d’epoca, copertine di giornali come l’Illustrazione del Popolo, brani de La preghiera del clown di Totò. Ovviamente in ogni riga riecheggiano, come giusto, riflessioni riguardo al femminismo. Le storie raccontate spesso però confermano che nel mondo del circo o del varietà figure di donne forti ci sono sempre state, del tutto integrate nel sistema e assai rispettate da colleghi e datori di lavoro. Del resto, pure il sesso degli angeli è sinora incerto. Figuriamoci quello del clown. Anche l’autrice a volte pare come travolta da queste immagini, tanto rapita da non sentire il bisogno di una contestualizzazione storica o sociologica. Mentre cerca di individuare degli standard sta già raccontando di continue eccezioni. Un caleidoscopio di informazioni e sensazioni.  Quando poi si passa alla parte più vicina a noi, con le interviste a sei artiste straniere e quattro italiane, i dettagli si fanno più nitidi. Oltre alle note biografiche ci sono definizioni, motivazioni, riflessioni su diritti femminili, aneddoti, anche consigli ai giovani clown o clownesse.

Insomma, nel corso del volume assistiamo ad una vera e propria esplosione di contenuti molto vari, in alcuni casi all’apparenza in contrasto e allo stesso tempo tutti con qualcosa in comune. In effetti dovendo trovare una figura mitologica e insieme retorica sarebbe da dire che questo libro sembra una Chimera, composta da parti diverse di esseri fantastici. E del resto ciò vale anche per il clown e per la clownessa, la cui essenza stessa è sfuggente. Il “clown aperto”, avrebbe detto Umberto Eco. Con l’aggiunta che le moderne teorie quantistiche spiegano che quando si cerca di misurare qualcosa, quella cambia o scompare. Del resto, se la clownerie ha qualcosa in comune con la filosofia è senza dubbio il porre quesiti, lasciando a ognuno di noi la responsabilità – o il sogno – di trovarne le risposte. Tanto da far sorgere un’ultima domanda: è possibile che tutti i clown, uomini o donne, di ogni epoca siano, in fondo, uno solo? Una manifestazione individuale di un unico organismo millenario. Un’intelligenza diffusa, quasi seguissero la logica degli ultimi modelli dello sciame. Un unico eterno clown.

Per le foto di Lulu Adams Courtesy of The University of Sheffield Library

Clownesse
Un viaggio appassionante alla scoperta delle donne clown, dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Figure spesso dimenticate o cancellate dalla narrazione ufficiale, talvolta costrette a celarsi sotto abiti maschili, eppure protagoniste di un percorso artistico, umano e di emancipazione di straordinaria forza. Chi è stata la prima clown? Quando e perché le donne hanno scelto un mestiere comico tradizionalmente riservato agli uomini? Attraverso una ricerca articolata in tre sezioni, il saggio ricostruisce la nascita e l’evoluzione della clownessa, dalle radici teatrali e dalla Commedia dell’Arte fino al circo, al varietà e al clown contemporaneo. Basandosi su archivi, documenti storici e contributi di studiosi del circo, l’opera smonta il luogo comune secondo cui “le donne clown non sono mai esistite” e analizza le ragioni della loro scarsa visibilità, mettendo in luce i condizionamenti culturali, sociali e simbolici di un sistema patriarcale che ha ostacolato l’affermazione femminile nelle arti. Un sistema che costrinse queste artiste a scontrarsi con pregiudizi, stereotipi e soprattutto con la grande e triplice sfida di essere donne nella società, nell’ambiente artistico e nel campo specifico della comicità.
Autore: Veronica Del Vecchio – Editore: Odoya – Collana: Odoya library – Anno edizione: 2026
Pagine: 288 p. Brossura